🌹 Lettera ai miei Angeli
Oggi è il 2 novembre.
Il giorno in cui tutti, sui social, scrivono qualcosa per ricordare.
Qualcuno mette una candela, qualcuno una foto, qualcuno una frase presa da internet.
È come se, per un attimo, volessimo far sapere al mondo che non abbiamo dimenticato.
Che quella persona, da qualche parte, continua a vivere in noi.
Eppure, per me, questo giorno non è solo un ricordo.
È un dialogo aperto, un momento in cui sento che il confine tra qui e “lì” diventa più sottile.
Come se le voci che ho amato tornassero a parlarmi piano, una dopo l’altra.
Non so se il mondo dei vivi e quello dei morti si tocchino davvero, ma so che ci sono giorni — come oggi — in cui sento chiaramente che non siamo soli.
E allora non voglio scrivere un post.
Voglio parlarvi.
Ciao Pietro,
te lo ricordi?
Dicevamo sempre che saresti diventato lo chef più grande d’Italia.
Ridevamo, ci prendevamo in giro, ma dentro di te quella fiamma era vera.
Avevi solo ventitré anni, ma già un sogno grande come il mondo.
E forse quel sogno lo stai ancora vivendo, da un’altra parte, in una cucina di luce, dove il tempo non esiste e i profumi sono ricordi.
A volte penso che, se davvero l’aldilà esiste, tu stai ancora mescolando vita e passione in ogni piatto.
E quando sento l’odore del pane, non so perché, penso sempre a te.
E tu, Mirko,
con la tua calma e quel modo leggero di vedere la vita.
Abbiamo passato ore a parlare di tutto e di niente, a ridere, a cercare un senso alle cose.
Ti immagino ancora lì, appoggiato al muro, con quel sorriso che sapeva dire “ci penseremo domani.”
Tu mi hai insegnato che la forza non è nella voce alta, ma nel silenzio che lascia il segno.
E quando mi ritrovo a parlare ai ragazzi, ai miei allievi, penso spesso che sto trasmettendo loro anche un po’ della tua serenità.
Cara Tiziana,
tu che dovevi essere la comare di mio figlio e invece non hai avuto il tempo di conoscerlo.
Quando guardo i miei bambini penso a te, e immagino il tuo sorriso accanto al loro.
So che ti saresti innamorata di lui, come facevi con tutti, con quella dolcezza disarmante.
E anche se non ci sei, io so che ci sei.
In quei piccoli segnali che arrivano quando meno te li aspetti.
Maestro Gianni,
tu non eri solo un collega, eri un punto fermo.
Ricordo ancora quando mi dicevi: “Marco, tu hai qualcosa di diverso. Non ti far cambiare dal mondo. Rimani come sei, perché chi è vero prima o poi lascia il segno.”
Non l’ho mai dimenticato.
Quando le cose diventano difficili, sento ancora la tua voce dirmi “Dritto, testa alta, fino alla meta.”
E quella frase, Gianni, è diventata un po’ la mia bussola.
Antonio,
cugino mio, ci vedevamo poco, lo sai.
Ogni volta la stessa promessa: “Ci dobbiamo vedere, eh. Stavolta davvero.”
E poi la vita, le corse, il lavoro, i figli.
Non ci siamo più visti.
E ora quella frase mi rimbomba in testa come un eco che non finisce mai.
Avevi solo trentasei anni, due bambini piccoli e un sorriso buono.
E io, ogni volta che abbraccio i miei, penso a te.
E a tutto ciò che non siamo riusciti a dirci.
Papà…
Tu sei la voce che non smette mai di parlarmi.
Sono passati anni, ma io continuo a sentirti ovunque: nel rumore del mare, nella calma della sera, nei gesti che faccio senza pensarci.
Mi manca il confronto con te — le discussioni, i consigli, le battute che solo noi capivamo.
Mi manca il tuo modo diretto, onesto, a volte ruvido, ma sempre pieno d’amore.
Da quando non ci sei più, ho rallentato.
Ho iniziato a guardare la vita in modo diverso.
Ho capito che non serve correre se non sai dove stai andando.
Ho messo in ordine i pensieri, ho dato voce ai libri che avevo scritto, ho cominciato a vivere davvero tutto ciò che per anni avevo solo progettato.
E sai una cosa, papà?
Il progetto che ho costruito da quando non ci sei più, quello che ho iniziato ad apprezzare proprio grazie alla tua assenza, esiste davvero.
Si chiama Parlarsi per Vivere Meglio.
L’ho creato a distanza di tre anni, e oggi è una realtà.
Un progetto nato dal dolore, ma cresciuto nell’amore.
Un modo per aiutare chi non riesce più a parlare, chi si chiude, chi rischia di arrendersi.
Lo porto avanti anche per te.
Perché tu mi hai insegnato che la vita non va solo vissuta: va capita, raccontata, condivisa.
E ogni volta che spiego ai ragazzi che la comunicazione è la chiave di tutto, sento che sei lì, dietro di me, che sorridi.
Tu, che alla fine della giornata dicevi sempre:
“Dritto, Marco. Testa alta.”
Lo faccio, papà.
Lo sto facendo, ogni giorno.
E poi ci sono tutti gli altri.
Tutti quelli che non ho nominato, ma che porto nel cuore: amici, conoscenti, i nonni, gli zii, i parenti che non ci sono più.
Sono tanti, e non basterebbero mille righe per citarli uno per uno.
Ma ci sono.
E forse, da qualche parte, stanno leggendo anche loro.
E adesso mi rivolgo a voi, al mondo dei vivi.
A chi legge queste parole, a chi ha perso qualcuno, a chi pensa che il tempo curi tutto.
Il tempo non cura.
Il tempo insegna.
Ci insegna che bisogna parlarsi prima, dirsi le cose quando c’è ancora voce.
Perché il rimpianto è la forma più dolorosa del silenzio.
Non aspettate il domani per dire “mi manchi.”
Non aspettate un funerale per dire “ti voglio bene.”
Non aspettate che sia tardi per capire quanto una parola possa salvare una vita.
Io ho imparato che la comunicazione è un ponte — tra le persone, tra le anime, tra questo mondo e l’altro.
E continuerò a camminarci sopra, con voi accanto, con la testa alta, fino alla meta.
Ovunque siate, vi voglio bene.
E grazie, perché anche da lassù mi insegnate ancora a vivere meglio.
— Marco Zompanti
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