Articolo di Marco Zompanti
Ci sono momenti della vita in cui la solitudine arriva senza bussare.
A volte è una scelta, altre una conseguenza, altre ancora un passaggio naturale di crescita.
Ma qualunque sia la sua origine, porta con sé una domanda che pesa, che punge, che fa rumore dentro:
“Come ci parlo adesso… con me stesso?”
Perché sì, nei periodi di solitudine la comunicazione cambia.
Cambia il modo in cui ci raccontiamo le cose, cambia il modo in cui interpretiamo la realtà, cambiano le emozioni che si muovono dentro.
Ma soprattutto cambia il rapporto con la voce più importante che abbiamo: la nostra.
La solitudine non è un deserto.
È un luogo.
E come ogni luogo può diventare una prigione… o una palestra.
Dipende da come ci parliamo.
La prima comunicazione da allenare: quella interiore
Quando fuori c’è silenzio, dentro si accende un volume altissimo.
La mente parla, commenta, giudica, anticipa, crea scenari, amplifica paure.
E allora succede una cosa fondamentale:
la qualità delle parole che utilizziamo con noi stessi diventa la qualità della nostra vita.
In solitudine, ogni frase interna è un mattone.
Può costruire o può demolire.
👉 “Non ce la farò mai”
crea blocco.
👉 “Non sto bene, ma sto imparando qualcosa”
crea direzione.
👉 “Sono solo”
crea vuoto.
👉 “Mi sto ascoltando, mi sto conoscendo”
crea presenza.
La comunicazione interna efficace è la prima forma di cura:
è la scelta di diventare più amici di sé stessi che giudici severi.
Perché nei momenti in cui si è soli, le parole che ci diciamo diventano la nostra compagnia.
La solitudine come occasione di verità
Quando mancano i rumori esterni, emergono verità che ignoriamo da tempo.
Chi siamo davvero, senza il ruolo che ricopriamo?
Cosa vogliamo davvero, senza compiacere nessuno?
Di cosa abbiamo bisogno, senza nasconderlo dietro all’agenda piena?
Quali emozioni stanno bussando da mesi e non abbiamo mai ascoltato?
La solitudine non è un buco da riempire.
È uno specchio.
E la comunicazione efficace in questi momenti significa avere il coraggio di guardarci, senza filtri, senza maschere, senza sovrastrutture.
È scomodo?
Sì.
È importante?
Tantissimo.
Le persone più forti non sono quelle che non vivono mai la solitudine.
Sono quelle che imparano a starci dentro senza perdersi.
Parlarsi bene non è debolezza: è disciplina
Spesso confondiamo l’essere duri con l’essere forti.
Confondiamo il “tenere botta” con il “stare bene”.
E in questo equivoco ci maltrattiamo.
Parlarsi bene non significa illudersi o coccolarsi.
Significa allenare una comunicazione interna che sostiene, orienta e illumina.
È dire:
✔ “Sto vivendo un momento difficile, ma non lo affronto da nemico.”
✔ “Mi ascolto.”
✔ “Mi capisco.”
✔ “Mi rispetto.”
✔ “Mi tratto come tratterei qualcuno che amo.”
Comunicare efficacemente con sé stessi non è un lusso:
è il fondamento della nostra forza mentale.
Comunicare con gli altri nei periodi di solitudine
Uno degli errori più comuni quando ci sentiamo soli è chiuderci ancora di più.
Ci diciamo frasi come:
“Non voglio disturbare.”
“Non capirebbero.”
“Non serve parlare.”
“Meglio farcela da solo.”
Ma la verità è che la solitudine non si combatte diventando muri, ma diventando ponti.
Una comunicazione efficace verso gli altri, in questi momenti, non deve essere perfetta.
Deve essere autentica.
È dire un:
“Non sto attraversando un bel periodo, ho bisogno di parlare.”
Oppure un:
“Mi farebbe bene uscire, distrarmi, stare con qualcuno.”
Oppure semplicemente:
“Ci sei?”
Comunicare la propria vulnerabilità non allontana le persone giuste.
Le avvicina.
Perché chi ci vuole bene non vuole la nostra perfezione.
Vuole la nostra verità.
E ricordati una cosa fondamentale
La solitudine non è la fine di qualcosa.
È l’inizio di un nuovo modo di stare al mondo.
È un periodo in cui puoi:
✨ costruire
✨ riparare
✨ ascoltare
✨ crescere
✨ guarire
È un tempo in cui impari che la tua voce conta, che le tue emozioni meritano spazio, che la tua storia merita ascolto.
Perché la comunicazione efficace nei momenti di solitudine non è parlare meglio.
È volersi meglio.
È diventare il primo alleato di se stessi.
È trasformare il silenzio in cantiere.
È ricordare che anche quando intorno c’è vuoto… dentro puoi sempre scegliere di esserci.
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