Articolo di Roxana Vasilica Munteanu
Ci sono ferite che non fanno rumore.
Si muovono in silenzio, dietro un volto che appare forte, dietro una voce che dice “va tutto bene”, dietro quella corazza che molti uomini si sentono obbligati a indossare fin da giovanissimi.
Quando affrontiamo il tema della salute emotiva maschile, ci troviamo davanti a una realtà che resta spesso nascosta:
il dolore degli uomini è un dolore culturale, invisibile, trattenuto, silenzioso.
Per tradizione, la società ha chiesto agli uomini di essere il pilastro della famiglia, la colonna portante, colui che non crolla, che non esita, che non mostra fragilità.
Una richiesta che, se da una parte protegge un’immagine di forza, dall’altra isola profondamente chi soffre.
Dietro quella immagine solida si muovono paure, pressioni, responsabilità e solitudini che raramente trovano spazio di parola.
Un grido nascosto
Molti uomini vivono un disagio emotivo che non si vede proprio perché non deve vedersi.
Culturalmente, hanno imparato a trattenere, a non disturbare, a non chiedere aiuto.
E come professionisti lo osserviamo ogni giorno:
dietro comportamenti controllati e apparenze tranquille si nascondono storie di fatiche profonde.
Per questo l’uomo, spesso, arriva a chiedere aiuto quando il dolore ha già scavato troppo.
Il silenzio non è mai neutro.
Il silenzio pesa.
Una realtà confermata dai dati
Le statistiche degli ultimi anni ci mostrano un quadro chiaro e significativo.
In Italia, nel 2021, il 78% delle morti volontarie riguardava uomini
(fonte: Istituto Superiore di Sanità, 2024).
Il tasso maschile è pari a 11,8 casi ogni 100.000 abitanti, con numeri più alti nel Nord-Est e tra gli uomini sopra i 65 anni (ISTAT, 2025).
A livello mondiale, secondo l’OMS (2025), la maggioranza dei casi coinvolge uomini con un rapporto di circa 3–4 a 1 rispetto alle donne.
E un dato estremamente delicato riguarda i giovani:
tra i maschi dai 15 ai 29 anni, questa rappresenta la terza causa di morte (OMS, 2025).
Questi numeri non sono statistiche fredde.
Sono vite, storie, famiglie, vuoti.
Perché essere uomo, oggi, è così complesso?
Le cause sono molteplici, intrecciate e radicate:
• Il mito della forza
L’uomo “non deve cedere”.
È una regola non scritta che pesa più di qualunque altra.
• Paura del giudizio
Riconoscere una fragilità può essere percepito come fallimento.
• Isolamento emotivo
Molti uomini non hanno reti confidenziali intime come le donne.
• Scelte più drastiche nei momenti critici
La letteratura mostra che spesso gli uomini ricorrono a modalità più violente.
• Minore propensione a chiedere aiuto
Il sostegno psicologico viene chiesto tardi, spesso troppo tardi.
Le emozioni diventano un peso da nascondere.
E quel peso, sommato all’isolamento, diventa pericoloso.
Cosa serve davvero agli uomini?
Serve innanzitutto una cultura diversa.
Una cultura che autorizzi gli uomini a sentirsi vulnerabili senza vergogna.
Serve:
uno spazio sicuro dove parlare
figure professionali che accolgano senza giudizio
percorsi flessibili, modulari, non rigidi
interventi personalizzati
reti sociali che rompono l’isolamento
campagne culturali che normalizzano il linguaggio emotivo maschile
Le linee guida dell’ISS (2024) suggeriscono:
✔ screening regolari,
✔ interventi psicologici adattati,
✔ coinvolgimento della famiglia e della rete sociale,
✔ programmi di prevenzione pubblica non stigmatizzanti.
Non possiamo più pensare che “un uomo deve farcela da solo”.
Rompere il tabù del silenzio
Cambiare la narrazione culturale è fondamentale.
Gli uomini devono sentire che:
chiedere aiuto è un atto di coraggio,
parlare è un atto di forza,
aprirsi è un atto di maturità,
la vulnerabilità non cancella la loro identità,
non devono essere supereroi per essere degni d’amore o rispetto.
La fragilità è umana, non maschile o femminile.
E quando un uomo dice “ho bisogno di parlarne”, non sta cadendo:
sta iniziando a rialzarsi.
Un impegno collettivo
Creare un mondo in cui un uomo possa dire “non sto bene” senza timore di essere giudicato è un dovere di tutti.
Famiglie, scuole, professionisti, amici, colleghi.
Ogni volta che un uomo trova uno spazio sicuro in cui aprirsi,
ogni volta che qualcuno sceglie di ascoltarlo davvero,
ogni volta che si spezza anche un solo centimetro di silenzio…
si salva una vita.
E questo non è retorica. È realtà.
Fonti principali
Istituto Superiore di Sanità, Il fenomeno suicidario in Italia (2024)
ISTAT, Dati su mortalità (2025)
Organizzazione Mondiale della Sanità, Rapporti globali (2025)
Ministero della Salute, Linee guida di prevenzione (2024)
ISS, Raccomandazioni cliniche (2024)
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