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L’attesa: quando il tempo sembra non passare e la mente si agita

2025-11-18 18:37

Nicolò Ciarrocchi

BLOG ARTICOLI,

L’attesa: quando il tempo sembra non passare e la mente si agita

Viviamo in un’epoca che corre veloce.La rapidità è diventata un valore, l’efficienza un merito, la lentezza quasi una colpa.

di Nicolò Ciarrocchi
 

Viviamo in un’epoca che corre veloce.
La rapidità è diventata un valore, l’efficienza un merito, la lentezza quasi una colpa.
E in un mondo che procede sempre più in fretta, c’è una condizione che molti non riescono più a tollerare: l’attesa.

Ci accorgiamo di quanto ci pesi in mille piccoli momenti quotidiani:
una fila che non avanza, un messaggio che non arriva, una pagina web che tarda a caricarsi.
Guardiamo quella barra di caricamento come se potessimo spingerla avanti con lo sguardo, quasi pronti a graffiare il monitor per capire se si è mossa di un millimetro.

Sembra banale, ma non lo è affatto.
Dietro quell’irrequietezza si nasconde una difficoltà profonda:
restare nel vuoto, restare nel tempo che non possiamo controllare.

 

Quando l’attesa diventa insopportabile

Le attese della vita di tutti i giorni — nel traffico, al telefono, al computer — sono piccole esperienze di impotenza.
E il cervello umano tollera malissimo la sensazione di non avere il controllo.

Uno studio storico ha mostrato che, in un call center, le persone iniziano ad abbandonare la chiamata tra i 3 e i 7 minuti.
Il tempo massimo “accettato” per un servizio è di circa 8 minuti.
Superata questa soglia, la frustrazione cresce in modo rapido.

Nel mondo digitale, poi, è ancora peggio:
dopo 10 secondi di caricamento di una pagina web, il livello di irritazione sale in modo evidente.

Questi numeri ci dicono una cosa semplice e scomoda:
abbiamo disimparato ad aspettare.

L’attesa ci costringe a confrontarci con un tempo che non possiamo accelerare.
E quando non possiamo “fare”, ci sentiamo inefficaci, bloccati, quasi sbagliati.
Come se un tempo non produttivo fosse, automaticamente, tempo sprecato.

Ma è davvero così?

 

Fermarsi non significa non muoversi

Nel nostro immaginario, pazienza e passività sono spesso confuse.
Ma la pazienza è tutto fuorché passività: è una forma attiva di intelligenza emotiva.

È la capacità di rimandare una reazione, di stare nel presente senza scattare subito verso l’azione.
Non è inerzia: è autocontrollo, presenza, consapevolezza.

Viviamo però in una cultura che incoraggia l’immediatezza:
➡️ “chi si ferma è perduto”
➡️ “il tempo è denaro”
➡️ “chi rallenta resta indietro”

Il risultato?
Siamo diventati più veloci, sì… ma anche più ansiosi, più frammentati, più incapaci di restare.
La pazienza, oggi, è quasi un atto rivoluzionario.

 

Lo stress dell’attesa che sta per finire

Un recente studio di Roberts e Fishbach (2025) ha evidenziato un dato sorprendente:
non è la durata dell’attesa a stressarci di più, ma il momento in cui sta per finire.

Poco prima della conclusione, infatti, il nostro sistema psicofisiologico si attiva: aumenta la tensione, cresce l’irritazione.
È come se il corpo percepisse che “ci siamo quasi”, ma allo stesso tempo sapesse che quel “quasi” non è ancora “adesso”.

Un fenomeno simile al paradosso del piacere anticipato:

“L’attesa del piacere è essa stessa il piacere.”

Per questo ci arrabbiamo proprio quando la cosa che stavamo aspettando sta per accadere.
È la tensione che si scioglie, ma non del tutto.
È la mente che ancora non sa dove appoggiarsi.

 

Reimparare ad aspettare

Come possiamo ricominciare ad avere un rapporto più sano con il tempo?

1. Dare valore al presente

L’impazienza nasce spesso da un eccesso di futuro.
Guardiamo solo al risultato, mai al percorso.

Quante volte, dopo aver raggiunto un traguardo — un esame, un lavoro, un obiettivo — ci chiediamo subito:
“E adesso?”

Viviamo proiettati in avanti, incapaci di restare nella soddisfazione.
L’attesa è l’unico spazio in cui possiamo davvero ascoltarci.

2. Darsi tempi reali, non perfetti

La pazienza si costruisce.
Richiede tempi concreti, pensati, umani.
Pretendere risultati immediati (nelle relazioni, nel lavoro, nella crescita personale) significa negare la natura del cambiamento.

3. Conoscere il proprio tempo interno

Ognuno vive il tempo in modo diverso.
C’è chi ha bisogno di agire subito e chi ha bisogno di elaborare lentamente.

Nelle relazioni questo è evidente:
chi impiega più tempo a “voltare pagina” non è lento — è fedele al proprio ritmo emotivo.

Rispettare il proprio tempo rende più autentici e meno giudicanti.

 

L’attesa come spazio psicologico

Riscoprire l’attesa non è allenare la lentezza:
è allenare la consapevolezza.

L’attesa è uno spazio sospeso, un luogo senza pressione, in cui emergono pensieri, intuizioni, comprensioni.
È lì che nascono i cambiamenti profondi, quelli che non si vedono subito ma trasformano il modo in cui sentiamo e viviamo.

Forse la vera domanda non è:
“Quanto devo aspettare?”

Ma:
“Chi posso diventare, mentre aspetto?”